Una mostra di archeologia del contemporaneo promossa da Università degli Studi di Bari Aldo Moro – Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica, con la collaborazione dell’Università di Foggia e dell’Associazione Campo 65 e con il patrocinio del Comune di Altamura e della Città Metropolitana di Bari.
Ideazione e realizzazione di Giuliano De Felice.
Inaugurazione il 13 novembre ore 18:00, al Museo Civico di Bari, con la partecipazione di:
Vito Leccese – Sindaco di Bari e della Città metropolitana.
Vitantonio Petronella – Sindaco di Altamura.
Francesca Romana Paolillo – Soprintendente ABAP per la Città metropolitana di Bari.
Roberto Bellotti – Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’.
Elisabetta Todisco – Direttrice del Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’.
Giuliano Volpe – Delegato del Rettore dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’ ai Beni Culturali.
Giuliano De Felice – Curatore della mostra, Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro.
La mostra sarà visitabile al Museo Civico di Bari fino al 4 dicembre 2025 (Lun-Ven 9.30- 18.30; Sab-Dom 9.30-13.30).
Nel 2026 sarà allestita a Conversano, Altamura e in altre città della Puglia e d’Italia.
info: giuliano.defelice@uniba.it
Tra le pietre della Murgia, dove il paesaggio sembra immobile e senza tempo, riaffiorano i resti di una storia recente, che si svolge nel pieno del Novecento, quella di Campo 65. Costruito per essere il più grande campo di prigionia d’Italia durante la Seconda guerra mondiale, arrivò a contenere nei suoi 31 ettari quasi 9.000 prigionieri, in gran parte britannici, australiani e neozelandesi catturati in Africa a partire dal 1942. Una vera città nel cuore della Murgia se si considera che all’epoca Altamura e Gravina raggiungevano nel complesso 53.000 abitanti. Il suo destino sarà però legato alla guerra per molti decenni oltre la fine del conflitto. Campo 65 è stato infatti molte altre cose: una base logistica alleata, un luogo di addestramento per partigiani, un campo di istruzione militare, un centro raccolta profughi, un punto di raccolta per la protezione civile, fino a essere vincolato per il suo interesse storico nel 2017. Oggi, di quell’enorme campo restano solo pochi ruderi: la palazzina del comando, alcune baracche, otto torri di sorveglianza, cumuli di macerie. Ma proprio questi resti, apparentemente muti, tornano a parlare grazie all’archeologia del contemporaneo. Dal 2021 infatti Campo 65 è anche un sito archeologico, oggetto di rilievi, scavi e ricognizioni condotti dalle Università di Bari e di Foggia, su concessione della Soprintendenza SABAP per la Città metropolitana di Bari. Cosa abbiamo trovato? Venite a scoprire, visitando la mostra, come muri, pavimenti e reperti raccontino riconversioni, demolizioni, trasformazioni, abbandoni e riportino le voci di chi a Campo 65 ci è passato o ci ha vissuto. Era tutto lì, sotto pochi strati di terra. Bastava scavare, documentare, studiare, ricostruire. In una parola, fare archeologia.
Oggi, sebbene di questo luogo restino solo pochi ruderi, la memoria è tornata a vivere grazie alla ricerca archeologica, alle testimonianze raccolte, alle iniziative pubbliche ma soprattutto all’impegno della cittadinanza attiva. Intorno a Campo 65 si è formata una vivace comunità di patrimonio, multigenerazionale e internazionale, composta da discendenti di prigionieri e partigiani, ex profughi, cittadini, studenti e ricercatori, che riconoscono in questo luogo un nodo significativo della memoria europea del Novecento. È soprattutto grazie a questa straordinaria comunità che scavi e ricognizioni sono riusciti a trasformare Campo 65 in un vero e proprio luogo di indagine archeologica del presente, simbolo concreto della complessità del Novecento e dell’urgenza di conservare e studiare anche i patrimoni più recenti e vulnerabili.
Campo 65, con le sue molteplici stratificazioni storiche, è un luogo che parla di conflitti e resistenze, di detenzione e liberazione, ma anche di accoglienza, solidarietà e nuove partenze. Tutto questo è racchiuso nei suoi resti materiali, nella topografia dei luoghi, nei vuoti e nelle tracce che l’archeologia ha reso leggibili. In un momento storico in cui la memoria del Novecento e delle sue guerre è sempre più contesa, fragile e soggetta a rimozioni o strumentalizzazioni, la mostra propone l’archeologia contemporanea come strumento di consapevolezza e dialogo, invitando a guardare al secolo scorso con uno sguardo diverso. Pannelli con piante e immagini, una selezione di reperti dagli scavi e cinque plastici ricostruttivi offrono una narrazione chiara e coinvolgente. Campo 65 diventa così un’occasione concreta per ripensare il presente e comprendere meglio le dinamiche di esclusione, migrazione, resistenza e ricostruzione che ancora oggi attraversano la nostra società.
La mostra si compone di:
La mostra è stata realizzata grazie al contributo dei progetti:
On the Edge. Archaeology and History of Marginal Landscapes of Contemporary Apulia (PRIN Bando 2022) Finanziato dall’Unione europea – Next Generation EU: Principal Investigator: Giuliano De Felice.
Changes – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society – Spoke 1. Historical Landscapes, Traditions and Cultural Identities, coordinatore scientifico: Giuliano Volpe.